Cannicchio Domani...
Quando, quasi sei anni fa, un mattino d'estate siamo saliti a Cannicchio da Acciararoli è stato il borgo intero a incantarci: le sue case addossate le une alle altre, i muri di pietra, il mare onnipresente ma
sempre a giusta distanza. È stato amore a prima vista perché non era solo una casa per le vacanze che cercavamo ma un paese in cui, l'abbiamo capito quasi subito, poter entrare in punta di piedi. Cannicchio è una piccola comunità: tutti si conoscono, più volte al giorno si incontrano, si salutano, si parlano, i bambini salgono e scendono i gradoni di pietra come in un lungo corridoio comune. In una casa, in una famiglia, non ci si introduce di forza, non si può pretendere d'essere subito accolti ma solo quando i tempi sono maturi; ci vuole pazienza, ci vuole umiltà. Alcune fortunate circostanze ci hanno consentito, nei primi tempi, di essere presenti nel borgo non solo nei giorni di vacanza, quando la gente che viene da fuori è più numerosa e tutta presa dalla sua voglia di mare, ma in diversi momenti dell'anno durante i quali la comunità vive la sua vita normale, sperimenta la calma, ritrova il ritmo lento delle opere consuete e quotidiane.
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Così, abbiamo cominciato a condividere l'apprensione per i malati, le preoccupazioni per i figli lontani, ci siamo mescolati alla gente che dava, con sobrio cordoglio, l'ultimo saluto ad alcuni anziani o piangeva la repentina scomparsa di un giovane. Attraverso i riti gioiosi della vita e quelli mesti della morte, lentamente, pazientemente ci è parso di entrare a far parte un poco di una grande famiglia. Anche nei lunghi periodi in cui le nostre attività ci riportavano al nord, non allentavamo i contatti, leggevamo con attenzione, come lettere di parenti lontani, i fogli con le notizie del Cilento e di Cannicchio in particolare. È una grande fortuna far parte di più comunità, sapere che in un punto, magari lontano nello spazio, c'è un luogo di cui possiamo immaginare in ogni momento il dipanarsi della vita, e dove, appena possibile, ci è dato ritornare non da forestieri ma quasi da compaesani che la vita e le necessità per un tempo più o meno lungo trattengono altrove. Per questo, se dapprima ci ha sorpreso, subito dopo ci ha fatto un immenso piacere l'invito a sfogliare in anteprima questo commovente florilegio di fotografie in bianco e nero che restituiscono uno spaccato della storia familiare e collettiva di Cannicchio: una storia d'appena ieri eppure già così lontana. Il gesto ci ha commosso perché è stato un po' come vederci spalancare l'uscio di casa e sentirci dire: trasite, entrate… Entriamo dunque in questa casa di immagini che squaderna davanti ai nostri occhi alcuni momenti della vita di Cannicchio come si svolgeva novanta, settanta, cinquanta o trenta anni fa. È stata allestita mettendo insieme le diverse competenze di un adulto, che da anni svolge con sapienza e amore una funzione di traghettatore tra passato e presente, e di alcuni giovani, mossi dall'urgenza di conoscere e far conoscere il volto e l'identità del loro borgo come necessario antidoto a un processo di trasformazione che rischia di snaturarlo. Cannicchio domani sta scritto sopra la porta della sala, posta quasi al centro del paese, dove questi giovani si ritrovano per scambiarsi idee, preparare incontri e organizzare feste, indispensabili ad animare non solo durante l'estate la vita della comunità. Che abbiano messo mano a questo lavoro di restituzione della vita passata del paese è la prova che essi non vogliono essere un semplice comitato che organizza feste: vogliono contribuire al mantenimento di una memoria collettiva di cui loro stessi avvertono il bisogno e di cui i bambini rimasti hanno ancor maggiore necessità, esposti come sono alla labilità delle immagini e a modelli culturali prevalentemente virtuali. Cannicchio negli ultimi anni, infatti, ha subito una trasformazione vistosa: essa può senz'altro costituire una chance che occorre però governare e far fruttare con accortezza, ma può anche far smarrire del tutto la sua fisionomia. Che le pietre muri ripropongano la loro severa bellezza, che gli scuri delle finestre tornino a spalancarsi, che le case di nuovo si riempiano di vita con l'arrivo di persone venute da fuori, è un bene: accogliere l'ospite, lasciare che altri prendano dimora nelle stanze rimaste vuote può diventare l'occasione e lo stimolo per riscoprire se stessi, le proprie antiche radici. Offrire anche ai nuovi venuti queste immagini significa dire loro: ecco chi siamo stati fino a un tempo recente, ecco chi siamo ancora, almeno in parte, se avrete la pazienza di scrutare con animo benevolo queste immagini di vita corale: i volti severi degli anziani, le movenze un po' impacciate delle ragazze, le impetuosità appena trattenute dei giovani, l'allegria festosa dei bambini. Se avrete pazienza, vi scorgerete la memoria del passato ma forse riuscirete anche a leggervi il presagio di quello che può ancora durare. L'assottigliarsi della popolazione, la partenza dei giovani segue un'inevitabile tendenza. L'arrivo dei villeggianti negli spazi lasciati liberi ha in parte turbato la vita collettiva della comunità, quella vita che, come documentano queste fotografie, celebrava i suoi riti non in modo artificiale ma spontaneo e naturale: i matrimoni, i battesimi, le cresime, le prime comunioni, i riti della settimana santa, impreziositi dal canto tradizionale e dolente delle confraternite, erano i momenti di un vita collettiva che manteneva unita tutta la comunità. Per questo ogni famiglia ha conservato gelosamente le testimonianze di questi momenti e ora, con gesto generoso, ciascuna acconsente a mostrarle. Tra esse ce ne sono alcune davvero emblematiche, capaci da sole di dire senza enfasi ma con verità cos'era Cannicchio. Così, la prima grande fotografia che apre il volume mette in scena, in una sorta di sacra e profana rappresentazione, tutti gli abitanti del borgo in occasione di un corteo nuziale: le diverse età vi sono rappresentate, un paese intero celebra la vita nel suo momento originario. I segni della modernità che irrompe, e quindi le prime avvisaglie del cambiamento sono ugualmente documentate dalle numerose fotografie in cui compaiono, a partire dagli anni cinquanta e poi in seguito, la vespa, la lambretta e la cinquecento. Sono bambini o bambine appoggiati o in piedi su questi veicoli che preludono a possibilità di spostamenti rapidi suscettibili di cambiare e magari sconvolgere i ritmi della vita quotidiana. Ma forse non è così, essi sono probabilmente solo i segni di un progresso e di un riscatto. E il mondo, la grande storia, quella della nazione, le guerre, il mutare dei regimi, di tutto questo non c'è traccia in questo teatro della memoria? A prima vista parrebbe di no, eppure, a ben guardare, i segni della storia sono intuibili da tanti piccoli dettagli. Osservate, ad esempio, la fotografia che ritrae dei ragazzi in piedi davanti all'austera entrata della piccola scuola elementare: ci sono le bambine con le loro camicette bianche ma anche, in prima fila, alcuni maschietti con la divisa da balilla. Magari senza le animosità che si sono manifestate altrove, anche qui il vento delle vicende politiche del paese s'è fatto sentire. Ma pure la guerra è continuamente presente, non direttamente, ma attraverso i ritratti ufficiali di militari, dalla grande guerra fino a quella che ha sconvolto l'Italia sul finire della prima metà del secolo scorso. Su un'ultima fotografia piace soffermarci, essa costituisce una sorte di sigillo dell'intero album: ritrae una vecchia seduta su un gradino della soglia di casa, le mani raccolte in grembo, lo sguardo pensoso, i tratti del viso marcati; dietro di lei, quasi un ricordo del suo passato, una bimba e, accanto, ma un poco discosta, un'altra bambina con gli occhi rivolti, chissà, verso il futuro… Sono numerosi, in questa raccolta, i volti austeri di anziani, i ritratti di vecchi e vecchie intenti a camminare con fatica, seduti sui muretti di pietra o davanti all'uscio di casa: aspettano… Anche oggi a Cannicchio ci sono molte persone anziane, uomini e donne: se le fotografassimo in bianco e nero, non ci apparirebbero diverse dalle altre così numerose in questa raccolta. Sembra quasi che nulla sia mutato, prevale una sensazione di fissità. Eppure il paese è cambiato: ma se nel borgo è dato invecchiare è perché qualcuno rimane o qualcuno ritorna. È un paradosso, ma forse sono proprio loro, i vecchi, il segno che Cannicchio vive.





